Siti archeologici, croce e delizia

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Siti archeologici, croce e delizia

L’Italia è un Paese del “gratta e vinci”: in molte delle sue zone, appena scortichi la terra fa capolino l’archeologia. Peccato che dal 1909 tutto quanto vi sia di sepolto appartenga per legge allo Stato, pur se troppi se ne dimenticano, magari per guadagnare quattrini o anche soltanto per non rallentare, tra ispezioni e permessi, i propri lavori edili. Non si sa esattamente quante aree archeologiche possieda l’Italia: 145 sono quelle dello Stato aperte al pubblico, con in più 117 musei di antichità, ma chissà quante, forse migliaia, sono quelle degli enti locali o perfino private. Raccolgono milioni di visitatori; ma alcune, anche pochissimi. I due luoghi di cultura più frequentati nel Belpaese sono archeologici: sei milioni e mezzo di persone all’anno vanno al Colosseo e al Foro Romano e quasi tre a Pompei; mentre, con oltre sei milioni, il museo più visitato sono i Musei Vaticani che peraltro non appartengono allo Stato, bensì al Papa. Non per tutti è così.

Per esempio, del sepolcro di Monte Grano a Roma, molti ignorano perfino il nome, e nel 2015 è stato visitato da 205 persone in tutto: in media, una ogni due giorni. Eppure, dopo la Mole Adriana (cioè Castel Sant’Angelo) e la tomba di Augusto, è il terzo più grande mausoleo della Città eterna: in buona parte si è ancora preservato e in passato ha restituito capolavori fondamentali. Era probabilmente la tomba dell’imperatore Alessandro Severo; esistono ancora la camera mortuaria, circolare, coperta a cupola e del diametro di 10 metri, e il corridoio sotterraneo, lungo 21, che portava a questo ambiente. Però, ha il torto di essere in periferia – al Quadraro, al IV chilometro di via Tuscolana – quindi, estraneo alle grandi correnti del turismo di massa e di poter essere visitato solo a gruppi, e su prenotazione.

Giovanni Battista Piranesi, Mausoleo di Monte del Grano, Roma, incisione (1756).

Sarcofago dal sepolcro di Monte del Grano ai Musei Vaticani.

Ma nel Cinquecento, qui è stato trovato uno dei più fantastici sarcofagi dei Musei Capitolini, con sopra due personaggi semisdraiati, forse l’imperatore e la madre, e un rarissimo reperto di vetro e cammei, il Vaso Portland conservato al British Museum di Londra, per secoli tra le opere più appetite al mondo: fu del cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria – il primo protettore di Caravaggio, che viveva a Palazzo Madama, oggi sede del Senato – poi dei Barberini e di William Hamilton, archeologo e ambasciatore inglese a Napoli, dove visse per 36 anni proprio quando si stavano scoprendo Pompei ed Ercolano.

Il Vaso Portland, conservato al British Museum di Londra, fu del cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria, il primo protettore di Caravaggio. (Courtesy The Trustees of the British Museum / Art Resource)

Il Vaso Portland, conservato al British Museum di Londra, fu del cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria, il primo protettore di Caravaggio. (Courtesy The Trustees of the British Museum / Art Resource)

Di luoghi ignoti, poco conosciuti e ancor meno valorizzati, l’Italia è piena. Gli stranieri e gli appassionati dell’arte e della cultura, purtroppo, si affollano sempre nei soliti posti: una sorta di Triangolo delle Bermuda (e, d’estate, dei bermuda) che ha come vertici Venezia, Firenze e Roma. Dove il visitatore medio si ferma meno di tre giorni: volete che abbia il tempo di pensare anche a Monte del Grano? E per provvedere a tutto questo bendidio, mancano sia i fondi, sia le persone. Le risorse del ministero dei Beni culturali in 15 anni sono dimezzate e soltanto il recente responsabile del dicastero, Dario Franceschini, ha almeno invertito la tendenza. E l’età media del personale, dopo decenni in cui sono state bloccate le assunzioni senza svolgere concorsi, è ormai sui 55 anni: si è arrestata perfino la trasmissione dei saperi tra le generazioni. Non solo: ma la più recente riforma, che privilegia i musei puntando alla loro valorizzazione, ha convinto molti dipendenti a sceglierli, abbandonando le soprintendenze, e quindi la tutela. Fino al giorno prima del terribile terremoto che l’ha colpita con il Lazio e le Marche, l’Umbria possedeva appena un archeologo in tutta la soprintendenza: soltanto in teoria, per carità, e senza neppure i fondi per le missioni, avrebbe dovuto badare a tutta la regione. Per dirne un’altra, sempre la più recente riforma, a Cerveteri, uno dei massimi centri etruschi, ha separato il museo dall’area archeologica in cui, peraltro, è anche contenuto il deposito del museo stesso. L’Italia antica è bellissima, quanto mai fornita di luoghi e di aree, ma forse non è in ottima salute: avrebbe bisogno di assai maggiori cure. Oltre a tutto, il 52 per cento delle aree archeologiche statali è concentrato nel Centro Sud e nelle isole: cioè nei luoghi meno frequentati dalle grandi correnti del turismo. La necessità di un’attenzione più pronunciata per l’archeologia (che al Ministero ha perduto addirittura la sua direzione generale) è dimostrata perfino dalla piaga degli scavi clandestini, endemica e, a quanto pare, impossibile da estirpare. Anche se molti ritengono che sia un altro, forse il mestiere più antico al mondo è quello del tombarolo. E dagli anni Settanta, per qualche decennio (sempre che sia finita), il nostro Paese è stato il massimo rifornitore al mondo di un mercato internazionale assai lucroso, basato sugli scavi clandestini e di frodo.

Il Tempio di Hera a Paestum è più comunemente noto come la Basilica, nome coniato dagli eruditi del Settecento per la quasi totale sparizione dei muri della cella, del frontone e della trabeazione. (Foto Francesco Valletta e Carmine Aquino, courtesy Parco Archeologico di Paestum)

Il Tempio di Hera a Paestum è più comunemente noto come la Basilica, nome coniato dagli eruditi del Settecento per la quasi totale sparizione dei muri della cella, del frontone e della trabeazione. (Foto Francesco Valletta e Carmine Aquino, courtesy Parco Archeologico di Paestum)

Secondo l’Università di Princeton, al nostro sottosuolo sono stati da allora sottratti più di un milione e mezzo di oggetti. E le poche centinaia finora restituite da alcuni dei maggiori musei del mondo (dalle indagini si sa che almeno 47 di loro detengono capolavori italiani illegalmente scavati) hanno un valore venale, sempre secondo Princeton, superiore ai due miliardi di dollari. Sono ritornate antichità uniche sulla terra: come il Trapezophoros, sostegno di una mensa rituale di marmo policromo largo un metro e 20 cm, con due grifoni che sbranano una cerva; o il Volto d’avorio alto venti centimetri, il più grande frammento di una statua crisoelefantina (in oro e avorio) che ci sia pervenuto dal terribile naufragio dell’antico, per limitarci a due esempi. Le opere rinvenute, o restituite, ebbero perfino l’onore di essere esposte, per la prima volta, al Quirinale. Ma tantissimo attende ancora di essere recuperato. L’Italia è l’unico Paese al mondo dove siano passate, lasciando i loro segni, così tante civiltà antiche; per certi versi, Roma è la continuatrice della Grecia, e la Magna Grecia è una appendice del Paese ellenico; non c’è popolo antico che non si sia affacciato nello Stivale.

La Valle dei Templi ad Agrigento. (Courtesy Parco Archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento)

La Valle dei Templi ad Agrigento. (Courtesy Parco Archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento)

E nel mondo non sono molti i luoghi dove la vita sia continuata nei secoli sugli stessi siti, come da noi. È il passato che ci appartiene; sono le nostre radici: è da lì che noi proveniamo, e per questo, come ogni popolo lo è, siamo diversissimi da chiunque altro. La bellezza dell’archeologia italiana, per oltre tre secoli, è stata celebrata dai viaggiatori: il Grand Tour era un dovere per le classi medio-alte d’Europa; a Londra non si poteva far parte dell’esclusivo Club del Dilettanti (che non lo erano affatto) senza dimostrare di aver visitato Roma almeno una volta. L’archeologia è sempre stata una porzione assai rilevante dell’invidiatissimo paesaggio nostrano. Charles de Brosses, il conte di Tournay poi presidente del Parlamento di Digione (1709-1777), spiegava che «la terra tra Vicenza e Padova vale forse da sola tutto il viaggio in Italia»; ma lo ripeterebbe ancora davanti all’incessante teoria di «villètte» e «fabbrichètte» (peraltro, ormai spesso in crisi se non proprio abbandonate) che vi si trovano oggi?

  • Pubblicato: Mercoledì, 10 Maggio 2017

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