Scompare Archeologia da Agrigento Il caso delle Università decentrate.

Scompare Archeologia da Agrigento Il caso delle Università decentrate.

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Archeologia e cultura.

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L’Università degli studi di Palermo ha deciso di non attivare, nel prossimo anno accademico, ad Agrigento il corso di laurea magistrale in archeologia continuando un processo di arretramento già avviato da qualche anno con la chiusura di altri corsi di studio. Quest’ultima decisione si lega alla lunga crisi dei consorzi universitari e, in particolare, del Cua, Consorzio universitario di Agrigento.


A dire il vero il 9 giugno 2017 un decreto a firma Marziano-Baccei provava a risolvere l’annosa questione. Con quell’atto gli assessori all’Istruzione e all’Economia rendevano esecutivo e facevano propri i contenuti di un protocollo di intesa firmato fra loro stessi e le Università siciliane, il 31 maggio. L’accordo fra le parti, anzitutto, sanciva il ridimensionamento del finanziamento (da 5 a 3,6 milioni) da parte della Regione Siciliana, ma rendeva il finanziamento stabile nel futuro triennio consentendo alle università di programmare la propria attività con certezza. Inoltre il decreto, a fronte del minore finanziamento attribuiva un aumento del potere di controllo delle Università sui Cda dei consorzi. In cambio del nuovo onere finanziario, per le università che si addossavano la gestione di enti fortemente indebitati, la Regione si impegnava a fare modificare gli statuti dei consorzi onde garantire la guida amministrativa delle Università.

Il 19 luglio 2017, il consorzio di Trapani si adeguava al decreto attribuendo all’Università di Palermo la maggioranza degli amministratori nel proprio Cda. Una simile modifica invece non veniva approvata dai soci della città dei templi. Piuttosto, il consorzio, allora guidato dal presidente Gaetano Armao, impugnava il decreto ottenendo, il 14 settembre, un’ordinanza cautelare che sospendeva l’atto.

Con l’insediamento del governo Musumeci, i nuovi assessori Lagalla e proprio Armao, nel frattempo entrato nella giunta regionale, hanno ritirato il decreto dei predecessori. L’attuale assessore all’economia racconta: “Quando sono arrivato in assessorato nessuno aveva notizia del decreto dal punto di vista amministrativo: era stato emanato - spiega Armao - senza alcuna istruttoria. Il decreto risultava, inoltre, paradossale perché attribuiva il governo dei consorzi all’ente erogatore del servizio, che non solo non è socio ma che inoltre, plausibilmente, sarebbe stato in conflitto di interessi”.

Il finanziamento però è rimasto intatto. “L’attuale governo – continua Armao -  non può aumentare l’investimento in formazione perché tali  spese non sono fra le eccezioni che il precedente governo ha inserito nel patto con lo Stato per il rientro della spesa regionale del 3 % annuo. Questa è una scelta scellerata ma che purtroppo subiamo per scelte non nostre”.

L’assessore all’istruzione Roberto Lagalla, assessore competente per materia, inoltre puntualizza: “Dal punto di vista politico abbiamo ritenuto che il decreto andasse ritirato perché i poli decentrati sono un presidio di promozione del diritto allo studio universitario. Essi garantiscono un incentivo a continuare la carriera di studio per chi non può permettersi i costi della vita fuori sede. La ragione decisiva che mi preme sottolineare è però che, oggi più che mai, mentre diminuiscono gli apporti finanziari degli Enti locali, la Regione deve far emergere il proprio ruolo sussidiario garantendo, attraverso i poli decentrati, una presenza diffusa su tutto il territorio siciliano dell’Università e della ricchezza ad essa connessa”.

Rispetto alla necessità di affrontare la questione in modo corale, l’assessore Lagalla ha inoltre convocato un tavolo tecnico, che spera sarà attivo già entro fine aprile. “Sarà la sede – dice- per intervenire sia in termini di governance e gestione, in sinergia con i pareri e le proposte che saranno avanzate, sia per dare maggiore respiro alla proposta didattica delle sedi distaccate degli Atenei siciliani”.

Il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, spiega così la scelta di cancellare la facoltà di Archeologia ad Agrigento: “Il decreto Baccei-Marziano provava a fare fronte alla questione dei sempre più indebitati consorzi universitari dopo la lunga stagione di arretramento degli enti locali e della Regione. Uno dei principali meriti che aveva, era quello di garantire alle università la stabilità e la certezza dei finanziamenti che fino ad allora venivano trovati anno per anno, causando non indifferenti difficoltà di programmazione non solo per gli atenei ma pure per le famiglie. Dal punto di vista della fisionomia dei Cda - prosegue - è comprensibile che il nuovo governo abbia una nuova visione politica delle questioni. Dall’altra parte l’ateneo di Palermo ha maturato un credito verso il consorzio agrigentino di 8 milioni, accertati al 2014; debito che si presume sia nel frattempo lievitato a circa 12 milioni. Per questa cifra c’è una lite giudiziaria pendente, il cui avvio fu approvato dall’amministrazione precedente alla mia e che la nostra amministrazione ha portato avanti. In questa situazione di litigiosità ritengo naturale che l’Università metta i motori al minimo”.

Rispetto al futuro, Micari lancia segnali d’apertura: “Come fatto a Trapani, vogliamo continuare a investire nei territori con dei corsi di laurea triennali perché siamo convinti della strategicità sociale di un’offerta formativa accattivante per lo studente diplomato. La volontà di rilanciare la presenza dell’ Università di Palermo ad Agrigento però richiede la stessa stabilità e certezza che il decreto Baccei-Marziano garantiva nella governance e nei finanziamenti pluriennali”. E continua: “Per ciò che riguarda l’attivazione di nuovi corsi di laurea nel Cua, una volta mutate le condizioni secondo le nostre esigenze di stabilità, occorrerà attendere la programmazione dell’offerta formativa per l’anno accademico 2019-2020. Ove dovessero riscontrarsi le condizioni che consentano all’università di potenziare la sua presenza nel polo d’Agrigento, inoltre, non credo di poter escludere la disponibilità da parte dell’Università a risolvere la situazione debitoria tramite una transazione”.

Vincenzo Calarca rappresentante degli studenti, che in un’interrogazione in Senato accademico ha esposto le preoccupazioni degli studenti per la condizione del Cua, commenta così la vicenda: “Come associazione Onda universitaria, chiediamo ai protagonisti in gioco, all’Università e alla Regione Siciliana, di trovare al più presto una soluzione consona per evitare che l’ateneo di Palermo si disimpegni totalmente dal Cua e che la Regione Sicilia riesca ad avere parola sulle strategie del Consorzio. Quelle che sembrano beghe politiche non possono condizionare la vita di migliaia di studenti”.

Intanto, ad Agrigento il prossimo 13 aprile è stato convocato un Consiglio comunale aperto per trattare la questione. Il rettore Fabrizio Micari e il presidente del Cua Pietro Busetta, hanno annunciato che parteciperanno.L’Università degli studi di Palermo ha deciso di non attivare, nel prossimo anno accademico, ad Agrigento, il corso di laurea magistrale in archeologia continuando un processo di arretramento già avviato da qualche anno con la chiusura di altri corsi di studio. Quest’ultima decisione si lega alla lunga crisi dei consorzi universitari e, in particolare, del Cua, Consorzio universitario di Agrigento.


A dire il vero il 9 giugno 2017 un decreto a firma Marziano-Baccei provava a risolvere l’annosa questione. Con quell’atto gli assessori all’Istruzione e all’Economia rendevano esecutivo e facevano propri i contenuti di un protocollo di intesa firmato fra loro stessi e le Università siciliane, il 31 maggio. L’accordo fra le parti, anzitutto, sanciva il ridimensionamento del finanziamento (da 5 a 3,6 milioni) da parte della Regione Siciliana, ma rendeva il finanziamento stabile nel futuro triennio consentendo alle università di programmare la propria attività con certezza. Inoltre il decreto, a fronte del minore finanziamento attribuiva un aumento del potere di controllo delle Università sui Cda dei consorzi. In cambio del nuovo onere finanziario, per le università che si addossavano la gestione di enti fortemente indebitati, la Regione si impegnava a fare modificare gli statuti dei consorzi onde garantire la guida amministrativa delle Università.

Il 19 luglio 2017, il consorzio di Trapani si adeguava al decreto attribuendo all’Università di Palermo la maggioranza degli amministratori nel proprio Cda. Una simile modifica invece non veniva approvata dai soci della città dei templi. Piuttosto, il consorzio, allora guidato dal presidente Gaetano Armao, impugnava il decreto ottenendo, il 14 settembre, un’ordinanza cautelare che sospendeva l’atto.

Con l’insediamento del governo Musumeci, i nuovi assessori Lagalla e proprio Armao, nel frattempo entrato nella giunta regionale, hanno ritirato il decreto dei predecessori. L’attuale assessore all’economia racconta: “Quando sono arrivato in assessorato nessuno aveva notizia del decreto dal punto di vista amministrativo: era stato emanato - spiega Armao - senza alcuna istruttoria. Il decreto risultava, inoltre, paradossale perché attribuiva il governo dei consorzi all’ente erogatore del servizio, che non solo non è socio ma che inoltre, plausibilmente, sarebbe stato in conflitto di interessi”.

Il finanziamento però è rimasto intatto. “L’attuale governo – continua Armao -  non può aumentare l’investimento in formazione perché tali  spese non sono fra le eccezioni che il precedente governo ha inserito nel patto con lo Stato per il rientro della spesa regionale del 3 % annuo. Questa è una scelta scellerata ma che purtroppo subiamo per scelte non nostre”.

L’assessore all’istruzione Roberto Lagalla, assessore competente per materia, inoltre puntualizza: “Dal punto di vista politico abbiamo ritenuto che il decreto andasse ritirato perché i poli decentrati sono un presidio di promozione del diritto allo studio universitario. Essi garantiscono un incentivo a continuare la carriera di studio per chi non può permettersi i costi della vita fuori sede. La ragione decisiva che mi preme sottolineare è però che, oggi più che mai, mentre diminuiscono gli apporti finanziari degli Enti locali, la Regione deve far emergere il proprio ruolo sussidiario garantendo, attraverso i poli decentrati, una presenza diffusa su tutto il territorio siciliano dell’Università e della ricchezza ad essa connessa”.

Rispetto alla necessità di affrontare la questione in modo corale, l’assessore Lagalla ha inoltre convocato un tavolo tecnico, che spera sarà attivo già entro fine aprile. “Sarà la sede – dice- per intervenire sia in termini di governance e gestione, in sinergia con i pareri e le proposte che saranno avanzate, sia per dare maggiore respiro alla proposta didattica delle sedi distaccate degli Atenei siciliani”.

Il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, spiega così la scelta di cancellare la facoltà di Archeologia ad Agrigento: “Il decreto Baccei-Marziano provava a fare fronte alla questione dei sempre più indebitati consorzi universitari dopo la lunga stagione di arretramento degli enti locali e della Regione. Uno dei principali meriti che aveva, era quello di garantire alle università la stabilità e la certezza dei finanziamenti che fino ad allora venivano trovati anno per anno, causando non indifferenti difficoltà di programmazione non solo per gli atenei ma pure per le famiglie. Dal punto di vista della fisionomia dei Cda - prosegue - è comprensibile che il nuovo governo abbia una nuova visione politica delle questioni. Dall’altra parte l’ateneo di Palermo ha maturato un credito verso il consorzio agrigentino di 8 milioni, accertati al 2014; debito che si presume sia nel frattempo lievitato a circa 12 milioni. Per questa cifra c’è una lite giudiziaria pendente, il cui avvio fu approvato dall’amministrazione precedente alla mia e che la nostra amministrazione ha portato avanti. In questa situazione di litigiosità ritengo naturale che l’Università metta i motori al minimo”.

Rispetto al futuro, Micari lancia segnali d’apertura: “Come fatto a Trapani, vogliamo continuare a investire nei territori con dei corsi di laurea triennali perché siamo convinti della strategicità sociale di un’offerta formativa accattivante per lo studente diplomato. La volontà di rilanciare la presenza dell’ Università di Palermo ad Agrigento però richiede la stessa stabilità e certezza che il decreto Baccei-Marziano garantiva nella governance e nei finanziamenti pluriennali”. E continua: “Per ciò che riguarda l’attivazione di nuovi corsi di laurea nel Cua, una volta mutate le condizioni secondo le nostre esigenze di stabilità, occorrerà attendere la programmazione dell’offerta formativa per l’anno accademico 2019-2020. Ove dovessero riscontrarsi le condizioni che consentano all’università di potenziare la sua presenza nel polo d’Agrigento, inoltre, non credo di poter escludere la disponibilità da parte dell’Università a risolvere la situazione debitoria tramite una transazione”.

Vincenzo Calarca rappresentante degli studenti, che in un’interrogazione in Senato accademico ha esposto le preoccupazioni degli studenti per la condizione del Cua, commenta così la vicenda: “Come associazione Onda universitaria, chiediamo ai protagonisti in gioco, all’Università e alla Regione Siciliana, di trovare al più presto una soluzione consona per evitare che l’ateneo di Palermo si disimpegni totalmente dal Cua e che la Regione Sicilia riesca ad avere parola sulle strategie del Consorzio. Quelle che sembrano beghe politiche non possono condizionare la vita di migliaia di studenti”.

Intanto, ad Agrigento il prossimo 13 aprile è stato convocato un Consiglio comunale aperto per trattare la questione. Il rettore Fabrizio Micari e il presidente del Cua Pietro Busetta, hanno annunciato che parteciperanno.

  • Pubblicato: Mercoledì, 11 Aprile 2018

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