Quanto la cultura di Jamna trasformò gli europei

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Quanto la cultura di Jamna trasformò gli europei

La rivista scientifica Science riporta un nuovo studio del DNA che dimostra l’enorme impatto degli Jamna, una civiltà dell’Età del Bronzo, sulla popolazione europea.

Gli Jamna furono una popolazione proveniente dalle steppe euroasiatiche, abili cavalieri e parlavano probabilmente il proto-indoeuropeo. Secondo la ricerca, una loro migrazione di quasi soli uomini nell’Europa centrale circa 5.000 anni fa, avrebbe lasciato un segno sul genoma degli odierni europei.

«Sembra che gli uomini andarono in guerra, con cavalli e carri», dice Mattias Jakobsson, autore a capo dello studio e genetista della popolazione presso l’Università di Uppsala in Svezia.

La storia delle migrazioni

Gli europei sono discendenti da almeno tre grandi migrazioni preistoriche.

Per primi, circa 37.000 anni fa, arrivarono in Europa gruppi di cacciatori-raccoglitori. Poi, 9.000 anni fa, dall’Anatolia (odierna Turchia) migrarono gruppi di agricoltori che tuttavia all’inizio non si mescolarono molto coi locali in quanto avevano portato le loro famiglie con sé. Per ultimi, tra i 5.000 e i 4.800 anni fa, arrivarono in Europa gli allevatori nomadi noti come Jamna (o Yamnaya).

La loro cultura di inizio Età del Bronzo proveniva dalle steppe delle odierne Russia e Ucraina. Portavano con sé la metallurgia e l’allevamento di animali e, forse, la lingua proto-indoeuropea – la misteriosa lingua ancestrale da cui nascono le 400 moderne lingue indoeuropee. Si mescolarono immediatamente con gli europei locali, che erano discendenti sia dei cacciatori-raccoglitori sia degli agricoltori. In poche centinaia di anni, gli Jamna contribuirono ad almeno metà del patrimonio genetico degli abitanti dell’Europa centrale.

Uomini e donne della seconda migrazione

Per scoprire perché questa migrazione degli Jamna abbia avuto un così grande impatto, i ricercatori hanno raccolto i dati genetici dai precedenti studi di reperti archeologici. Hanno analizzato il DNA di 20 europei vissuti poco dopo la seconda migrazione (quella degli agricoltori dall’Anatolia, 6.000 – 4.500 anni fa) e il DNA di 16 europei vissuti poco la terza migrazione (quella degli Jamna, 3.000 – 1.000 anni fa).

La squadra si è concentrata sullo studio dei cromosomi X, in modo da verificare la proporzione di donne e uomini (i maschi hanno infatti un cromosoma X, le femmine due). Secondo l’analisi del DNA, la migrazione di agricoltori dall’Anatolia aveva coinvolto grosso modo uomini e donne in quantità uguali.

L’arrivo delle popolazioni delle steppe

Gli europei dopo la terza migrazione avevano invece molto meno DNA Jamna sui loro cromosomi X rispetto agli altri cromosomi. Usando un metodo statistico sviluppato dalla studentessa specializzanda Amy Goldberg nel laboratorio del genetista della popolazione Noah Rosenberg all’Università di Stanford di Palo Alto, la squadra ha calcolato che c’erano forse 10 uomini per ogni donna nella migrazione degli Jamna in Europa (da 5 a 14 uomini per ogni donna). Questo rapporto è “estremo” – persino più asimmetrico di quando i conquistadores spagnoli invasero le Americhe nel tardo 1500, dice Goldberg.

Una tale disparità ha fatto dubitare alcuni ricercatori, che avvertono di quanto sia difficile stimare accuratamente il rapporto tra uomini e donne nell’antichità. Ma se confermato, una spiegazione sarebbe che gli uomini di Jamna furono guerrieri arrivati in Europa a cavallo o con carri trainati dagli animali. I cavalli erano stati recentemente addomesticati nelle steppe e la ruota era un’invenzione recente. Potrebbero essersi “concentrati sulla guerra, riuscendo a diffondersi più velocemente grazie alle invenzioni tecnologiche”, dice il genetista della popolazione Rasmus Nielsen (Università della California a Berkeley), che non fa parte dello studio.

Ma la guerra non è l’unica spiegazione. Gli Jamna potrebbero essere stati più attrattivi grazie ai cavalli e alle nuove tecnologie, come i martelli di rame, dice Goldberg.

La scoperta che gli Jamna migrarono per molte generazioni suggerisce anche che qualcosa non funzionasse nelle loro terre. «Ci potrebbe essere stato un fattore negativo continuo che li spinse fuori dalle steppe, come delle epidemie o delle malattie croniche», dice l’archeologo David Anthony del Hartwick College in Oneonta, New York, non coinvolto nello studio. O, dice, potrebbe essere l’inizio di civiltà che mandavano bande di uomini a fondare nuove colonie in terre lontane, come più tardi i Romani o i Vichinghi.

 

  • Pubblicato: Domenica, 12 Marzo 2017

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